La tromba del giudizio universale contro Maurizio Ferraris nuovo realista e Anticristo.

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Un ultimatum.


La fine del post-moderno, il «ritorno» del fatto contro l’interpretazione, il Nuovo realismo. Quando sono arrivato a Torino, un anno fa, ho dovuto imparare a convivere con questi concetti formulati dalla mente di Maurizio Ferraris. Ho seguito il suo dibattito/scontro con l’ex maestro Gianni Vattimo e tutti gli annessi video e conferenze, insomma tante cose bbbelle. Ciò che non ho fatto è leggere i libri di Ferraris a parte uno, durante un corso sulla Nascita della Tragedia e la Genealogia della Morale ci era stato caldamente consigliata la sua «introduzione a Nietzsche» : ho avuto la nausea.
La faziosità con cui è trattata l’opera del filosofo sassone è qualcosa di sconcertante e lo diventa ancora di più dopo che si ascoltano alcuni degli assunti principale del manifesto del Nuovo Realismo. Si, perché per Maurizio Ferraris Nietzsche = non ci sono fatti ma solo interpretazioni che a sua volta equivale al dire «Nulla è reale, Tutto è lecito» ( bello Assassin’s creed), a quanto pare Ferraris ha un’idiosincrasia per concetti del genere a tal punto da piegare, letteralmente, il pensiero nicciano per far sì che possa entrare ad ogni costo dentro la sopracitata proposizione. Il problema, tra i tanti, è che Nietzsche non è solamente il critico dei fatti o il sostenitore della Menzogna necessaria, bensì il filosofo del «superamento» anti-nichilista e post-nichilista, un filosofo postumo, post-heideggeriano e soprattutto oltre il post-moderno e ai suoi stessi interpreti, il primo a dare un nuovo significato alla parola «immoralista».
Maurizio Ferraris però non ci sta, quello che per lui è il padre fondatore del Post-moderno, del pensiero debole (che miopia!), deve essere screditato in tutti i modi, semplificato e dunque falsificato. Così ecco che sotto questo proposito è lecito imbalsamare Nietzsche nel «prospettivismo» ed è lecito pure pubblicare una versione rimaneggiata della Volontà di Potenza (non bastavano i già completi appunti postumi editi da Adelphi?) dove non si fa altro che lasciare intatto il lavoro compiuto dalla sorella Elizabeth, troia nazista, cercando addirittura di riabilitarne il nome ! Risultato? Un’opera che tenta di mostrare che «oddio! Nietzsche era un cattivone, folle e psicotico!» e che quindi è a lui imputabile la nascita di uno dei totalitarismi (idiocrazia) più inquietanti di sempre.

-Delegittima il tuo nemico- ed ecco che si può procedere verso un manifesto «scientifico» di un gioco di prestigio.
In sostanza sono d’accordo a metà con Ferraris quando sostiene che per decenni la filosofia ha confuso l’epistemologia (come conosciamo ciò che esiste) e l’ontologia ( ciò che è), l’interpretazione del fatto e il fatto stesso. Questa mi sembra un’osservazione validissima ma solo a livello di «chiarificazione» in quanto se nego che ci sia un senso univoco dell’interpretazione, ad esempio nella storia non ci sono mai «buoni» o «cattivi», non sto affatto negando che ciò che interpreto esista. Quindi ok! Vogliamo ribadire la distinzione tra epistemologia ed ontologia, fatto! Cosa ho cavato da questo? Nulla, a parte che vedo ulteriormente deformato il mio rapporto con la presunta realtà, perché Ferraris afferma che al di là del nostro agire c’è una realtà inemendabile che non si lascia «modificare», cosa sia questa realtà nessuno lo lascia intendere. Eccola che ritorna! La x, l’incognita che come una sfinge profferisce indovinelli e che si nasconde sotto un velo. Nuovamente in presenza di questo orizzonte epistemologico limitante possiamo tornare a parlare di metafisica e ontologia, le quali ricaricate dalla nuova iniezione di «spirito analitico» risultano più spaventose che mai. A volte non si comprende se si sta leggendo un libro di fisica o un volume di filosofia. Una sorta di istinto matematizzante che cerca di divorare la disciplina filosofica con il pretesto di ridimensionarne le pretese, peccato che al contrario sono tutti questi «operai» meccanici a tirarsi fuori nel tentativo di sabotare il pensiero. Per smontare gli assunti del nuovo realismo basta lo stesso Nietzsche, un post-ferrarisiano, che senza battere ciglio lo additerebbe come nuovo Idolo, uno dei tanti, di cui cadrà (o lo è già) vittima l’Ultimo uomo, la più brutta delle creature. Nichilisti incompleti che adorano una nuova ombra:

« Dopo che Buddha fu morto, si continuò per secoli ad additare la sua ombra in una caverna – un’immensa orribile ombra. Dio è morto: ma stando alla natura degli uomini, ci saranno forse ancora per millenni caverne nelle quali si additerà la sua ombra. E noi – noi dobbiamo vincere anche la sua ombra! » (La gaia scienza, cit., p. 117).

Il nuovo realismo tenta di ricreare una nuova frattura, una crepa nel terreno, davanti alla quale bisogna retrocedere e magari chiudersi in un cantuccio nell’attesa che gli adulti (cioè gli scienziati) ci dicano cosa fare. Senza la parola degli scienziati non può darsi filosofia, quindi è meglio sbrigarsi e tendere le orecchie per afferrare ogni particolare.

Cosa è dunque la realtà? Ferraris si sente in dovere di distinguere tra oggetti sociali, ad esempio i matrimoni e le crisi economiche, e gli oggetti naturali. Wow! Ma esistono davvero persone che non riescono a capire la differenze tra una maledetta montagna e una partita di calcio? O che ne so, tra una stella e una sedia?
E’ anche ovvio che tutta la realtà non dipende dal Sapere ma bisognerebbe precisare che il Sapere può comunque intervenire, modificare, la realtà, ad esempio modificare il corso di un fiume o trivellare il fondale marino per estrarne petrolio. In questo punto si sono fatti dieci passi indietro rispetto alla distinzione epistemologia-ontologia.

Che cosa è la Verità? Sulla verità un capitombolo. Non sarebbe altro che la corrispondenza della proposizione alla «cosa». Lungi dall’essere scettico ma come può uno strumento artificiale come il linguaggio aderire a una «cosa» producendo addirittura la Verità? Dire che «Il blu è blu», avendo la consapevolezza di cosa sia il «blu», piuttosto che una verità risulta una banalità eppure la proposizione aderisce completamente all’oggetto, il colore blu. Però tra i principi del Nuovo realismo c’è la «Critica» che ha la funzione non di accettare bensì di accertare la Realtà e continuando il ragionamento Ferraris specifica che bisogna accertare la realtà sociale il mondo con cui si confronta l’arte politica. Bisogna essere realisti per combattere i populismi proliferati dalle derive del post-moderno. Si bello! Peccato che per Ferraris è un bene che «non si sia realizzata la repubblica governata dai filosofi come auspicava Platone» (frase detta in un intervista alla Rai) in quanto la filosofia è da relegare a semplice testimone secondario dei fatti. Per Ferraris o sei filosofo o sei politica, non ci sono vie di fuga, ma mi chiedo come può la filosofia di ferraris combattere e delegittimare gli anti realisti, gli artisti della politica, se al filosofo ferrarisiano spetta un ruolo marginale? Quale effetto reale può produrre nella realtà un mero analitico osservatore? Inoltre bisogna dire che essendo la verità un costrutto sociale essa stessa secondo quali modalità il filosofo nuovo realista ne può determinare l’obiettività e quindi utilizzarla come metro di giudizio e delegittimazione?

La domanda è retorica.

Continuerò dopo aver letto i testi dell’ultimo Ferraris, queste sono solo sensazioni.

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