SCICLI – Riflessioni politiche dal Generale al Particolare.

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SUI PRESUPPOSTI DI UN RIGENERAZIONE DEL TERRENO POLITICO.

Caos calmo è un ossimoro che riesce ad esprimere in maniera efficace la Scicli di questi ultimi due anni: caos cittadino e calma piatta della politica comunale.
Il malessere, come in tanti altri comuni, si fa sentire, avanza nelle case degli indifferenti, della gente comune, fino a diventare sempre più l’ospite inquietante a cui abituarsi. Convivere con fatica con parole quali «crisi» ,«immigrazione» e «corruzione», tematiche che contraddistinguono il nostro tempo e la nostra quotidianità, per capirlo non bisogna di certo essere dei fini intellettuali. Sarebbe utile chiedersi a chi «interessa» davvero sviscerare questi temi per comprenderne le radici profonde e quindi per affrontarle con metodo.
Oggi è però  estremamente complicato agire consapevolmente per non lasciarsi trascinare dal flusso degli eventi,  il concetto stesso di «realtà» è diventato abbastanza fumoso: siamo immersi in diverse -realtà- prima fra tutte la «realtà mediatica» dei talk show, dei programmi pomeridiani e dei telegiornali ma anche quella virtuale di internet, dove tutto può essere il contrario di tutto e dove spesso non si da spazio al fatto nudo e crudo; ciò che esiste oltre lo schermo sembra apparentemente inafferrabile, non c’è nulla di -vero- oltre la webcam del pc e oltre lo schermo della TV. Come scrive Stefano Feltri sul Fatto quotidiano a proposito dei Talk show: « Se la realtà non è quella che si vorrebbe raccontare, invece che adeguare il racconto si cambia la realtà.»

Le conseguenze? Molteplici. La circolazione massificata di immagini contraffatte della realtà vengono assorbite acriticamente dallo spettatore-spugna e il risultato è quello di falsificare la percezione del mondo circostante e santificare le narrazioni fittizie dei media. I politici sfruttano ampiamente questo aspetto del mezzo mediatico e spesso con il beneplacito dei conduttori si lasciano andare ad auto-narrazioni esaltate se non alla banale super-trash caciara mediatica. Le vittime? Il pubblico che si abitua a rimanere spettatore inerte. Tutto ciò produce disorientamento nell’individuo, disorientamento sociale e politico, svalutazione delle Istituzioni e del diritto di voto.  Potremmo definire questo problema come «labirintite sociale», generatrice di vertigini e ansie collettive a cui spesso i partiti cercano di rimediare mirando alla pancia dell’elettorato, lanciando slogan o cimentandosi in vendite di indulgenze ( vedi « ottanta euro in busta paga» ) sviando così l’attenzione verso falsi problemi.

In periodi come il nostro si pensa che il politico ideale, l’amministratore integerrimo, abbia la bacchetta magica per risolvere con un abracadabra tutti i problemi del Paese, purtroppo per tantissime ragioni così non è e con un modo d’essere tutto italiano ci abbandoniamo alla speranza nell’attesa che arrivi l’Uomo della provvidenza. L’immagine del politico di professione, del politicante, man mano che il tempo passa, tra uno scandalo e un altro, pare scricchiolare, quella del Leader «condottiero di eserciti» purtroppo si sta rafforzando.
E’ bene mettere subito in chiaro che criticare la «politica» e i «politici» è cosa troppo facile ed inutile se alla critica non segue un atteggiamento attivo e propositivo, altrimenti si rimane relegati alla chiacchiera da bar.
Quindi bisogna ripetere come un mantra questi tre concetti – crisi, immigrazione, corruzione- e poi domandarsi: « A chi interessano? Mi interessano?»
Se in primo luogo non è l’individuo ad interessarsi, ad attivarsi, non serve a niente versare una lacrimuccia per i morti nel mediterraneo, a nulla serve indignarsi per gli scandali finanziari e della politica. E’ inutile anche piangersi addosso quando il tuo comune viene sciolto per mafia quando, in fin dei conti, a Te, del tuo comune, non è mai interessato granché. La Politica non è una scienza esatta ed assume importanza e valore solo se riesce a risvegliare nel singolo l’interesse per la cosa pubblica e il sentimento di appartenenza ad essa. Non è la politica a dare valore alla società civile, somma di tutti gli interessi privati dei cittadini, ma è la società civile a dare valore alla politica, interessandosene. Questa frase è per tanti versi banale e semplicistica, ma come un «disegnino» è utile a dare un’idea chiara e definita. La politica deve essere brava proprio a riattivare l’interesse attivo del singolo cittadino e per farlo deve uscire dalle sezioni di partito e dai comitati elettorali.

Cosa è diventata la Politica lo si nota subito nelle realtà locali: affanno da campagna elettorale, gara senza esclusioni di colpi bassi e scala per giovani arrivisti in cerca di poltrone, numeri e statistica. I politicanti misurano il tempo in un – prima e dopo elezioni -,  tutti pronti alle primarie, tutti pronti ad accalappiare giovani facce da posizionare nelle liste e soprattutto non passa un secondo che immediatamente si stringono alleanze ed accordi finalizzati al mantenimento di equilibri inviolabili.
A Scicli, dopo lo scioglimento per Mafia, gli uccellini hanno smesso di cantare: la «sagra delle Ammistrative» si è subito ritrasformata nel solito cimitero di inerzia politica.
Comitatini elettorali, piccoli uomini in corsa verso gli scranni del Comune, responsabili e irresponsabili, dipasqualiani e venusiani come in un grande gioco di prestigio scompaiono dal palcoscenico politico. Rigido silenzio.
Scicli non è un paese per giovani, lo si sa, sono in tanti quelli che se ne vanno e che non ritorneranno più mentre quelli che restano o diventano paladini di una politica a sfondo individuale, invischiati in giochetti di «potere», o permangono per inerzia in una condizione di disinteresse e frustrazione.
A Scicli non esistono più le sezioni politiche giovanili, a Scicli non esiste più il centro giovani, anzi esiste ma per oscuri motivi deve rimanere chiuso, a Scicli si è fatto un gran parlare della Consulta giovanile ma anche quella, dopo promesse e parole, è stata rilegata nell’oblio.
Allora cosa ci resta da fare? Se le deleghe ai rappresentanti non hanno funzionato, se il vecchio tende a parassitare qualsiasi istanza di rinnovamento, la soluzione più facile sembra essere quella della fuga e dell’esportazione di intelligenze a discapito del nostro territorio. Veramente l’unica scelta è tra un pentapartito Democratico e la bolgia dell’ anti-politica?
I politici che hanno vegetato nei palazzi del Comune, sopravvivono in virtù di vecchi equilibri di stampo clientelistico e  grazie all’assenza  e all’inerzia delle nuove generazioni.
Quello che ci vuole non è un semplice scontro generazionale, non una lotta tra «giovani» (all’anagrafe) e «vecchi» visto e considerato che spesso sono proprio i giovani a svendersi per trenta danari. No, quello che serve, quello che ci serve è uno scontro tra due idee, due modi diversi di intendere la politica: una politica debole e personale che vegeta tra comitatini elettorali, direttive di partito, che si «trasforma» per non rinnovarsi e una Politica che invece guarda al Comune come l’unico spazio rimasto per bonificare il terreno inquinato dagli interessi dei soliti e impegnarsi essenzialmente in un unico obiettivo cioè ripristinare l’interesse per la cosa pubblica nel singolo cittadino per far sì che i problemi, che sono tanti, vengano affrontati sotto un’ottica completamente differente, con un approccio attivo da parte di tutti.
Chiamare a raccolta, «pescare» soggetti nella moltitudine.
Dopo tanti «responsabili» di disastri, è giunta l’ora dell’incoscienza creativa.

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